Eh no! No, nel modo più assoluto! Non è questo il processo di innamoramento. Certo, Sartre ha ragione nel dire che “amare è voler essere amato”, ma questo voler essere amato non è il desiderio, o la pregustazione, o la fantasia che l’altro veda me alto, eccelso, meraviglioso come io vedo lui. Siamo ancora diseguali, io nulla e lui tutto. Quando sono innamorato e non sono ancora sicuro di venir riamato, non posso desiderare e nemmeno pensare di essere il padrone e il dio dell’amato. Cioè di “essere colui la cui funzione è di fare esistere gli alberi e l’acqua, le città e i campi e gli altri uomini per poi donarli all’altro”. No! No! Questo è un attribuito solo dell’amato, questo è un potere solo dell’amato, non dell’amante!
Allora doveva dire che l’innamorato non può pensare di sedurre l’amato provocando in lui la coscienza della sua nullità perché – e qui dobbiamo tornare con fermezza al dato empirico – perché l’innamorato si sente nulla e considera l’amato tutto. L’innamorato non può pensare di sedurre l’amato, ma solo di apparirgli in modo gradevole sapendo che non ha e non può avere nessun potere, per cui l’amore dell’altro sarà sempre e non potrà esser altro che dono libero, anzi casuale,
grazia!
L’innamorato dice sempre e soltanto “Con la tua presenza il mondo fiorisce, perché tu fai germogliare la bellezza, tu rendi ogni cosa sacra, e io ti prego di guardarti con i miei stessi occhi. Cioè di vedere te stesso trasfigurato, non me. C’è una poesia napoletana nota in tutto il mondo,
O sole mio (Il mio sole), in cui l’innamorato dice alla donna amata: non c’è niente di più bello di una giornata di sole quando l’aria si rasserena dopo la tempesta. Ma esiste un altro sole, più bello del primo, il mio sole, e questo sole sei tu!
Questo allora vuol dire che l’innamorato resta inerte, che non fa nulla per guadagnarsi l’amore dell’amato? No di certo. Egli cerca di presentare la parte migliore di sé. La donna si fa bella, mette i suoi vestiti più eleganti, cerca la pettinatura più attraente, studia un nuovo trucco, si consiglia con le amiche, cerca in ogni modo di piacere a chi ama. Ma ha il batticuore, perché considera il suo amato infinitamente superiore a sé, e si avvicina a lui con timore e speranza.
E tutto quanto si riferisce all’amato diventa sacro, anche la sua parola. L’amore mette sempre sulla bocca dell’innamorato, anche del più umile e del più incolto innamorato, le parole della poesia e del mito. Queste parole dicono la sua esperienza, il suo amore, cercano di far vedere all’altra persona il mondo come lui lo vede, come vede lei, di farle sentire ciò che prova per lei. Se l’amato non ascolta, non capisce, non le sente, l’amore non diventa reciproco. Ma se ascolta, se capisce, allora le parole risuonano nella sua mente e nel suo cuore, gli aprono la porta del mondo incantato, ed egli vi entra. È così che nasce la reciprocità. Se l’amato ascolta, se riesce ad ascoltare, finisce per partecipare a una esperienza diversa, dove tutto è più bello, intenso, trasfigurato, vibrante, dove lui stesso si vede diverso, si sente più vivo, più vero, più bello.
Il passaggio dalla unilateralità alla reciprocità è l’ingresso nel mondo sacro.
Entrare nel mondo sacro vuol dire entrare in Stato nascente. È questo il concetto che manca a Sartre. L’innamorato è nello stato nascente, la persona amata non ancora. Ma lo stato nascente ha la proprietà di comunicarsi. Chi vive nel sacro ha il misterioso potere di comunicare il sacro all’altro, di evocarla in lui e per lui. Nello stato nascente il riconoscimento non è riconoscimento della mia superiorità, ma accesso ad una modalità suiperiore di vedere e di sentire, cioè ad una rivelazione. Entrambi ci riconosciamo come partecipanti del nuovo mondo meraviglioso in cui tutto, e noi stessi, siamo trasfigurati.
Il passaggio dal mio innamoramento all’innamoramento bilaterale è un salto ontico. L’altro deve entrare anche lui in stato nascente e allora ecco che la mia parola diventa sacra anche per lui. Sacra, cioè divina, non magica, cioè stregonesca come vorrebbe Sartre. E anche lui – divinità fino ad allora immemore del suo essere – sente la voce degli dèi! In questo mondo incantato dove parlano gli dèi, tutto diventa possibile perché, se il mio amato è sacro, anch’io amante sono sacro, come il monte, l’albero, le pietre, il sasso, in quanto tutto è sacro. Perciò l’amore è solo un risveglio, un sentire ciò che già c’era ed io già sentivo. Il riconoscimento è quindi anche autocoscienza dell’amato, che accetta di vedere e di entrare nel mondo divino di cui il mio amore già parlava.

Alberoni critica il concetto di innamoramento "erotico" di George Bataille:
I limiti della teoria di Bataille si vedono solo esaminando i comportamenti concreti, e questo possiamo farlo distinguendo l’esperienza della infatuazione erotica da quella del vero innamoramento. La prima rappresenta il parossismo dell’erotico, ma non corrisponde affatto al grande amore. Incominciamo dall’infatuazione erotica. Due persone si piacciono, si piacciono moltissimo e si gettano l’uno nella braccia dell’altra e sono prese da una vera e propria follia erotica. Restano chiusi in una stanza d’albergo per giorni interi, facendo continuamente all’amore, penetrandosi in tutti i modi, con furia, accanimento, dolcezza, in cento modi, mescolando i loro corpi, i loro umori, la saliva, lo sperma. Poi mangiano, ricominciano, dormono sfiniti e, appena svegli, si riscoprono bramosi. Così fino allo sfinimento, all’esaurimento dell’energia, alla soddisfazione piena del desiderio. Non c’è assolutamente bisogno di un’orgia collettiva per scatenare l’eccesso dell’erotismo. Anzi, sono convinto che questo si ottiene piuttosto nell’orgia a due, nella commistione erotica parossistica di due soli corpi, che si riconoscono nella loro separatezza piuttosto che nella commistione caotica del collettivo.
Ebbene questa esperienza di erotizzazione totale, di sfrenatezza senza limiti, di rottura di ogni ordine quotidiano, di eccesso senza freni, l’hanno anche gli innamorati. La “frenesia erotica” è una componente essenziale dell’esperienza dello stato nascente dell’innamoramento. Ma attenzione, c’è ma non basta, c’è ma non è sola. Oltre a fondersi nella frenesia erotica, gli innamorati cercano di fondere anche le proprie anime. Perciò fra una vertigine erotica e un’altra, ci sono degli spazi di stupore, delle vibrazioni sacre, e il fluire delle parole della poesia d’amore che si mescola, in modo apparentemente impossibile, al linguaggio che Bataille chiama osceno. E in questa mescolanza ciò che nella infatuazione erotica è, e vuol essere, solo osceno, nell’innamoramento miracolosamente cambia natura: l’osceno diventa sublime.
Ma c’è un’altra differenza fondamentale. Nella infatuazione erotica l’orgia, la frenesia erotica dura qualche giorno, ma poi ha bisogno di interruzioni. I due partner, che hanno mescolato senza freni i loro corpi, i loro sessi, i loro umori, si separano, tornano alle loro case, alla loro attività quotidiana e non pensano, o pensano raramente, all’altro. Nessuno sente il bisogno di sapere che cosa sta facendo l’altro in quel momento, anzi se l’altro si facesse continuamente vivo ne sarebbe seccato. Il desiderio erotico, l’energia erotica si ricarica nella separatezza. Molti amanti hanno incontri frenetici ogni settimana o ogni mese, di solito tanto più intensi e sfrenati quanto più distanziati.
Nel vero innamoramento invece gli amanti, anche dopo la più frenetica orgia erotica, appena lasciati tornano immediatamente a pensare all’amato e desiderano nuovamente incontrarlo, vederlo, parlargli, baciarlo. Quando sono lontani vorrebbero sapere ogni istante che cosa fa. Il tempo dell’erotismo è discontinuo, granulare, intervallato. Il tempo dell’innamoramento, in vece è continuo, compatto. Vuol riempire tutti gli intervalli, aspira a diventare contemporaneità.
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